
LA STORIA DEL MUSEO
Gentili visitatori, vi informiamo che il Museo della Vendemmia non è ancora operativo.
Stiamo curando ogni dettaglio per potervi accogliere al più presto.
Continuate a seguirci per scoprire la data di apertura ufficiale.
Il museo della vendemmia si trova all’interno della Masseria Savoca, costruita alla fine dell’800 e strutturata come azienda agricola al servizio della coltivazione delle vigne e residenza del “massaro”, figura che oggi definiremo come l'amministratore aziendale.
Il massaro doveva gestire i braccianti agricoli necessari alla coltivazione della vigna, i lavori da effettuare, la loro tempistica e la vinificazione delle uve per conto del proprietario che abitava altrove ed affidava le sue terre a questa figura.
La masseria era autosufficiente a livello idrico, avendo una cisterna che raccoglieva le acque piovane, tramite il tetto della masseria stessa, in vasche di raccolta delle acque per preparare i trattamenti per il vigneto a base di zolfo e rame e naturalmente erano presenti il palmento e la cantina per la vinificazione e lo stoccaggio del vino ottenuto dal vitigno locale, il nerello mascalese.
Storia del Torchio di Plinio dal
“De Agri Cultura”
Nella vinificazione in epoca romana erano presenti il torchio di Platone e quello di Plinio. Nel nostro museo è riprodotto il torchio di Plinio.
Il torchio vinario presso gli antichi Romani e i due "modelli" di Catone e di Plinio.
Il capitolo XVIII del De Agri Cultura di Catone inizia cosi: "Torcularium si aedificare voles quadrinis vasis, uti contra ora sient, ad hunc modum vasa componito".
Si tratta della descrizione di un macchinario molto importante per la vinificazione, il torchio.
Vista l'intensa commercializzazione del vino in tutto l'Impero si rese necessario regolamentare e razionalizzare questo prodotto dalla produzione alla compravendita.


In epoca romana, all'inizio, la pressatura delle uve era fatta esternamente, spesso sotto una tettoia; successivamente, negli insediamenti produttivi rurali nacquero appositi spazi destinati alle diverse operazioni di trasformazione dell'uva in vino:
uno era dedicato alla pigiatura, un altro ospitava il torchio e altri servivano come deposito.
La pigiatura avveniva a piedi scalzi pestando l'uva nel calcatorium. L’immagine si riferisce all’area descritta e presente nel nostro museo, il calcatorium.
La prima spremitura produceva il mosto vergine (detto lixivium), solo dopo c'era la vera pigiatura da parte dei calcatores, che saltellando a ritmo di musica e reggendosi con dei bastoni facevano il calcatum che era raccolto assieme al lixivium.
Nel cavedio del torchio vi era una pavimentazione in mattoncini a "spiga" (detto opus spicatum), con una parete impermeabile rivestita in coccio pesto (pulvinus testaceum).
In corrispondenza della zona di pressatura chiamata ara, la pavimentazione aveva una canaletta circolare che raccoglieva il succo che, mediante un condotto era convogliato in un contenitore di terracotta (dolium) o in una vasca aperta o chiusa (lacus o cisterna) che serviva anche a far sedimentare bucce, raspi e impurità.
Il calcatum e il lixivium venivano raccolti in grandi vasi, nel nostro caso nei tini, mentre le vinacce andavano alla torchiatura.
Il torchio vinario era quel macchinario detto torcular che serviva a spremere le vinacce rimaste e il torcularium era l'ambiente preposto a questa fase di produzione.
La spremitura delle vinacce avveniva con l'aiuto di canestri (fiscinae) o di una gabbia di legno (galeagra); dalle vinacce era estratto un mosto molto tannico con cui si produceva un vino scadente chiamato anche circumsitum. Infine con le vinacce ammollate in acqua si ricavava la lora, una bevanda destinata agli schiavi. Il torchio di Plinio apportava modifiche a quello di Catone copiando da presse di modello greco: sostanzialmente si sostituì la seconda leva con una grossa vite in legno di 24-28 cm chiamata cochlea.
La forza pressoria era prodotta da questa vite agganciata nella parte inferiore ad un contrappeso (arca lapidum), capace di avvitarsi in una madrevite detta ruga, solidale con il prelum.
La vite di questo tipo di torchio, fatta opportunamente ruotare con delle leve dagli uomini, imprimeva forza sul prelum facendolo abbassare o alzare secondo il verso della rotazione della vite. Esistevano infine due tipologie di questa macchina, una in cui si sollevava il prelum rotando la vite in senso contrario, l'altra attraverso la rotazione della ruga sbloccata
dallo stesso prelum. Il torchio era realizzato in legno, genericamente di quercia, il cui elemento fondamentale era la grossa trave orizzontale che col suo peso schiacciava le vinacce, chiamato appunto prelum.
Due erano i tipi di torchio vinario conosciuti ed usati dai Romani, quello di Catone e quello di Plinio: il primo era il tradizionale a leva (descritto proprio dal famoso agronomo nella sua opera De Agri Cultura nel I secolo a.C.), il secondo a leva e vite rappresentò nel l secolo d.C. una innovazione in campo vinicolo, permettendo una spremitura maggiore anche con torchi più piccoli.
Ma come funzionavano queste macchine e che differenza c'era tra le due?
ll torchio di Catone detto anche "a quattro vasi" aveva una serie di leve e funi che davano la forza necessaria alla spremitura.
Il prelum, la trave o leva principale era inserita dentro quattro montanti di legno molto robusti detti arbores e fissati al suolo grazie ad un incastro realizzato su un grosso blocco di pietra (lapis pedicinus).
Nel torchio i primi due montanti erano il fulcro della trave grazie ad una serie di "zeppe"; gli altri due montanti erano punto di forza per un'altra leva collegata al prelum con una corda azionata dagli uomini.
Un'opera di ingegneria meccanica che moltiplicava la forza pressatrice grazie ad un sistema di leve.
La modifica di cui parla Plinio, che s'identifica sostanzialmente con l'introduzione della vite senza fine, comportava una maggiore funzionalità della macchina e la sua azione, in special modo nel secondo tipo, risultava più efficace e più veloce nell'operazione di torchiatura.
Nel nostro museo troverete proprio la riproduzione (qui accanto in foto) fedele del torchio di Plinio!


Fasi della Vinificazione
Una sintetica descrizione dei processi atti alla vinificazione nelle varie parti del palmento e della cantina è la seguente.
L’uva veniva immessa nell’area della pigiatura tramite una finestra che insisteva nell’area, servita da una scala esterna in modo che i contadini impegnati nel trasporto non sporcassero l’area di pigiatura.
L’uva veniva pigiata a piedi scalzi e la pendenza del pavimento favoriva il flusso del mosto verso i tini, man mano venivano fatti confluire nei tini anche le bucce e parte dei raspi dei grappoli.
Nei tini, il tutto restava a fermentare uno o più giorni, la parte solida del composto si posizionava nella parte alta e per questo si mescolava con dei rastrelli, il mescolamento favoriva l'estrazione di composti aromatici dalle bucce, che contribuiscono a creare la complessità olfattiva del vino finale ed evitava che il "cappello" di vinacce rimanesse a contatto prolungato con l'aria, prevenendo l'ossidazione eccessiva e la formazione di acidi volatili e cattivi odori dovuti a batteri acetici.
Successivamente venivano aperti i rubinetti dei rispettivi tini ed il mosto, filtrato da grate e cesti defluiva in un unico tino di raccolta collegato ad un canale in pietra lavica che continuava nel perimetro interno della cantina sottostante e tramite dei bocchettoni, sempre in pietra lavica, il mosto confluiva nelle botti di castagno posizionate in corrispondenza.
Le parti solide rimanenti nei tini venivano trasferiti nell’area della torchiatura dove con essi veniva composta una enorme “torta” fasciata attorno e coperta da un tavolato e tramite dei legni accatastati sopra veniva pressata dalla struttura del torchio, il mosto che ne fuoriusciva finiva nel medesimo tino di raccolta descritto sopra e successivamente incanalato anch’esso nelle botti.
Raccolta di Strumenti
All’interno del museo sono esposti sia strumenti utilizzati nella vinificazione che testimonianze della vita quotidiana della civiltà contadina di fine ‘800 – inizio ‘900, un periodo che si affacciava all’elettrificazione della nazione e al suo conseguente sviluppo.

